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Eventi passati ...
L'INNER WHEEL CLUB DI PONTEDERA
Giovedì 4 Marzo 2004, ore 21,00
TEATRO ROMA PONTEDERA
La celeberrima compagnia comica
LA BRIGATA DEI DOTTORI
Presenta
LA 'OTTA
di Giancarlo Peluso
Tre atti in vernacolo pisano da sganasciassi da ride'
Ingresso 15 Euro
Il ricavato sarà devoluto al centro "Aiuto alla vita" C/O P.P. CAPPUCCINI e alla ricerca "malattie rare".
Maggiori informazioni in:
http://www.ntpoint.it/labrigata/index.htm
in collaborazione con A.F.R.A.M. ha organizzato:
Sabato 7 febbraio 2004 al
Teatro Francesco di Bartolo, Via F.lli Disperati, 10 Buti
"IL MATRIMONIO PER FORZA" di Molière
Gruppo teatrale Specchio del circolo Ars et Labor di Ciriè (Torino)
Costo del biglietto Euro 12.00
Il ricavato verrà devoluto in beneficienza
ARTE REGINA - GALLERIA D'ARTE CONTEMPORANEA - SERGIO SACCOMANDI - Link
Nel pomeriggio, dalle ore 17.30, alla Galleria "Il Germoglio", Via Guerrazzi, 34 Pontedera (PI), è stata allestita anche una mostra di pittura.
Autore : Prof. Sergio Saccomandi.

All'inizio del 17° secolo le farse che dominavano la scena parigina erano strutturate in modo molto elementare, interrotte da monologhi che non avevano un vero rapporto con l'azione principale. Molière ha il merito di aver recuperato alcuni elementi delle farse tradizionali per creare dei piccoli gioielli di teatro comico, sottomettendo le gags e le esagerazioni verbali all'azione centrale.
Il matrimonio per forza, rappresentato per la prima volta il 29 gennaio
1664, era in origine una commedia-balletto, poi diventata farsa. Sganarello,
vecchio, vuole sposare la giovane e graziosa Dorimena. La giovane ne è
entusiasta: grazie a questo matrimonio potrà sfuggire alla severità dei genitori
ed avere tutti gli amanti che vorrà. Sganarello, che nulla sa delle reali
intenzioni della giovane, ma che comunque viene assalito da timori, si consulta
dapprima con amici fidati, poi con due stravaganti dottori in filosofia, ma
senza venire a capo di nulla. Solo dopo aver ascoltato un colloquio tra Dorimena
ed il suo amante Licasto, Sganarello si decide a rompere la sua promessa di
matrimonio. Ma la madre ed il fratello di Dorimena costringono il vecchio
Sganarello ad un matrimonio che lo vedrà certamente infelice ed ingannato.
La sera del 17 febbraio 1673, durante la quarta rappresentazione del "Le malade imaginaire", Molière si sentì male. Fu portato a casa, dove morì poco dopo. Il 21 febbraio, grazie all'intervento del Re Sole (Luigi XIV), fu seppellito in terra consacrata. Sono passati 331 anni dalla sua morte, ma le sue commedie rivivono modernissime in tutti i teatri del mondo.
A seguire due passi da me selezionati tratti dal "DON GIOVANNI":
ATTO PRIMO
SCENA PRIMA
La scena rappresenta un palazzo
SGANARELLO, GUZMANO
… [ … ] …
GUZMANO. Ma è legato dal sacro vincolo di un matrimonio.
SGANARELLO. Eh! povero Guzmano, amico mio, credi a me, tu non sai ancora che uomo sia don Giovanni.
GUZMANO. Se ha potuto farci questa cattiveria, non so davvero che uomo sia; non capisco come, dopo tanto amore e tante dimostrazioni d’impazienza, dopo tanti omaggi insistenti, e voti, e sospiri e lacrime; dopo tante lettere appassionate, proteste ardenti, giuramenti ripetuti, insomma, dopo aver dimostrato tanto trasporto e tanto slancio al punto di forzare, preso dalla passione, l’ostacolo sacro di un convento per impossessarsi di donna Elvira; non capisco, dico, come, dopo tutto questo, possa aver cuore di mancare alla parola data.
SGANARELLO. Io, invece, non faccio molta fatica a capirlo e se tu conoscessi l’amico, ti persuaderesti che, per lui, è molto facile far così. Non dico che i suoi sentimenti per donna Elvira siano mutati; non ne sono ancora sicuro. Sai che mi ordinò di partire prima di lui e da quando è arrivato non gli ho ancora parlato; ma, per precauzione, ti dirò, così inter nos, che nel mio padrone don Giovanni tu vedi il più gran scellerato che la terra abbia mai prodotto, un arrabbiato, un cane, un diavolo, un Turco, un eretico che non crede né al cielo, né ai santi, né al diavolo né a Dio, né all’orco, e che passa la vita come un bruto; un maiale d’Epicuro, un vero Sardanapalo che chiude le orecchie a tutte le rimostranze che gli vengono fatte dai buoni cristiani e considera frottole tutto quello che noi crediamo. Tu mi dici che ha sposato la tua padrona; ma per seguire la sua passione avrebbe fatto ben altro e, assieme a lei, avrebbe sposato anche te, il suo cane e il suo gatto. A lui non costa nulla contrattare un matrimonio; non ha altro stratagemma per acchiappare le belle; si sposa a piene mani. Dama, nobildonna, borghese, villana, nessuna è troppo cotta o troppo cruda per lui; e se ti dicessi i nomi di tutte quelle che ha sposato qua e là, sarebbe un capitolo che finirebbe questa sera. Sei stupito, eh? e cambi colore a sentire questi discorsi; e questo non è che uno schizzo del personaggio; per farne il ritratto ci vorrebbero ben altre pennellate. Ti basti che la collera del cielo, un giorno o l’altro, lo colpirà; che io preferirei di starmene col diavolo piuttosto che con lui e che ho visto in sua compagnia tali orrori che mi augurerei se ne fosse già andato a quel paese; ma un gran signore malvagio è una cosa terribile; bisogna che gli sia fedele, sebbene mi ripugni; la paura tiene, in me, il posto dello zelo, frena i miei sentimenti e mi porta ad applaudire molto spesso quello che la mia anima disapprova. Eccolo qua, che viene a passeggiare in questo palazzo; separiamoci. Però, ascolta: io t’ho fatto qualche confidenza con tutta franchezza e sono stato troppo svelto a parlare; ma se per caso gliene venisse qualcosa all’orecchio, dirò con quanto fiato ho in corpo, che tu hai mentito.
SCENA SECONDA
DON GIOVANNI, SGANARELLO
… [ … ] …
DON GIOVANNI. Su! ti permetto di parlare liberamente e di dirmi quello che pensi.
SGANARELLO. In questo caso, signore, vi dirò francamente che non approvo il vostro sistema e che mi pare molto brutto questo amoreggiare da ogni parte, che fate voi.
DON GIOVANNI. Ma come? vorresti che un uomo rimanesse legato al primo oggetto che lo afferra, che rinunciasse, per lui, al mondo senza aver più occhi per nessuno? Sarebbe bello impegnarsi nel falso onore della fedeltà, seppellirsi per sempre in una passione e darci per morti, fino da giovani, a tutte le altre bellezze che possono colpirci? No, no, la costanza si addice alla gente ridicola; tutte le belle hanno diritto di ammaliarci e il privilegio di chi è la prima non deve defraudare le altre delle pretese che, giustamente, hanno sul nostro cuore. Per conto mio, la bellezza m’incanta dovunque io la trovi e cedo facilmente alla dolce violenza che esercita su di noi. Ho voglia a esser impegnato, l’amore per una bella non impegna la mia anima a fare un torto alle altre; ho due occhi che mi permettono di vedere i meriti di tutte, e tributo a ciascuna gli omaggi che la natura ci impone. Sia quel che sia, non posso ricusare il mio cuore a tutte le donne amabili che incontro, e se un bel viso me lo chiede, ne avessi anche diecimila, glieli darei tutti. Una nuova inclinazione ha sempre, dopo tutto, una grazia inesplicabile e tutto il piacere dell’amore sta nel cambiare. Si prova un gusto dolcissimo a domare, con cento complimenti, il cuore di una bella ragazza, a osservare, di giorno in giorno, i piccoli progressi che vi si fanno, a lottare con impeti, con lagrime e sospiri, contro il pudore innocente d’un anima che stenta a deporre le armi; a forzare, passo passo, tutte le piccole resistenze che ci oppone, a vincere gli scrupoli dei quali si fa un onore, a condurla dolcemente dove la si vuoi condurre. Ma una volta divenuti suoi padroni, non c’è più niente da dire e niente da desiderare; tutto il bello della passione è finito e ci si addormenta nella tranquillità d’un amore cosiffatto, finché non viene qualche nuovo stimolo a risvegliare i nostri desideri e a offrire al nostro cuore l’attrattiva incantevole d’una nuova conquista. Insomma, non c'è nulla che valga come il trionfare della resistenza d’una bella figliuola; e in questo campo sento in me l’ambizione dei conquistatori che volano perpetuamente di vittoria in vittoria e non possono adattarsi a limitare le loro brame. Nulla può arrestare l’impeto dei miei desideri; mi sento un cuore capace d’amare il mondo intero e vorrei, come Alessandro, che ci fossero altri mondi ancora per potervi estendere le mie conquiste amorose.
…………….
FOTO DELLA SERATA:



Brani teatrali celebri da me selezionati:
AMLETO
ATTO SECONDO
SCENA II
(Parte del dialogo con Rosecrantz e Guildenstern, compagni d’Amleto all’Università e suoi eccellenti amici)
… [ … ] Ora, non c’è molto da dire, ed il perché non lo so, ma ho perduto tutto il mio buon umore, smessa qualsiasi abitudine all’esercizio, e, per dirla tutta, mi sento in uno stato d’animo così malinconico che questa bellissima terra mi sembra appena uno sterile promontorio, e questo cielo meraviglioso – volete proprio saperlo? – questa volta splendida del firmamento, questo tetto maestoso adornato di fuochi aurei, non mi si mostra altro che come un impuro aggregato di vapori pestilenziali. … Che meravigliosa opera d’arte è l’uomo! Com’è nobile per la sua ragione, e infinitamente ricco per le sue facoltà, la sua forma, i suoi movimenti; com’è ammirevole e svelto nelle sue azioni, com’è simile agli angeli per l’intelligenza, com’è simile a Dio! Lui, la bellezza del mondo, l’esempio sommo tra gli animali! E ciononostante, per me cosa rappresenta mai questo capolavoro? Dell’uomo non mi prendo alcun piacere. No, e nemmeno della donna. Anche se voi due date a crederlo con i vostri sorrisi.
… [ … ]
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
(Il Re e Polonio, il padre di Ofelia, fanno in modo che lei incontri Amleto “per caso” per capire se la sua presunta pazzia derivi o no da una pena d’amore, Amleto sta passeggiando nel cortile e non vede subito Ofelia ed intanto sta “riflettendo” ad alta voce)
AMLETO Essere o non essere, questo è il problema. È forse più nobile soffrire, nell’intimo del proprio animo, le pene e le frecce scagliate da un destino infame, o combattere, invece, contro il mare delle afflizioni, e, combattendo contro di esse metter loro una fine? Morire, dormire. Nient’altro. E in quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore, e le mille ferite naturali di cui è erede la carne! Questa è una fine da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, sognare. È proprio qui il problema; perché in quel sonno di morte, tutti i sogni che possiamo fare quando noi ci saremo liberati dalla frenesia, dal vortice di questa vita mortale, dovranno indurci a riflettere. È proprio questo scrupolo a dare alla sventura una vita così lunga! Perché chi?! Chi sarebbe capace di sopportare le frustate e le derisioni di questi tempi, i torti di chi ci opprime, gli oltraggi degli strafottenti, le sofferenze dell’amore non corrisposto, la lentezza della giustizia, l’insolenza degli arroganti e l’ingratitudine che un lavoro paziente e meritevole riceve dagli ignoranti, se potesse egli stesso dare a se la quiete con un semplice pugnale? Chi si adatterebbe ad assumersi responsabilità, a gemere e sudare sotto il peso di una vita grama, se non fosse per la paura di qualcosa dopo la morte – quel territorio inesplorato dal cui confine non torna indietro nessun viaggiatore – questa confonde e rende perplessa la volontà, e ci convince a sopportare i malanni che già soffriamo piuttosto che tuffarci verso altri dei quali non sappiamo nulla. In questo modo la coscienza ci rende tutti dei vili, e la risoluzione di un gesto è resa incerta da questi pensieri, ed i grandi intenti e le grandi imprese dalle grandi conseguenze, a causa di questo scrupolo si soffermano, e perdono il nome di azione. Ma silenzio! Ecco la bella Ofelia! Ninfa, ricordati di tutti i miei peccati nelle tue orazioni.
OFELIA Mio buon signore, come siete stato negli ultimi giorni?
AMLETO Vi ringrazio umilmente. Bene, bene, bene.
OFELIA Mio signore, conservo alcuni oggetti che mi avete regalato perché mi ricordassi di voi, e che da tempo desideravo restituirvi. Vi prego, ora, di volerli riprendere.
AMLETO Ah, no di certo. Io no non v’ ho mai dato nulla.
OFELIA Mio venerato signore, so benissimo che siete stato voi a darmeli, ed insieme ad essi mi avete offerto parole composte di un alito così dolce da rendere quegli oggetti ancora più preziosi. Una volta perduto il loro profumo, riprendeteli, perché uno spirito nobile, quando il donatore si mostra crudele, sente scadere il valore dei doni. Eccoli, mio signore.
AMLETO Ah, ah! Siete onesta?
OFELIA Che volete dire?
AMLETO Siete bella?
OFELIA Che vuol dire?
AMLETO Che se siete onesta e bella, la vostra onestà non dovrebbe avere nulla a che fare con la vostra bellezza
OFELIA E quale miglior scambio potrebbe avere la bellezza, se non con l’onestà?
AMLETO Si, certo!. Che la potenza della tua bellezza trasformerà la tua onestà in un niente prima ancora che la forza della tua onestà riesca a tradurre la bellezza a sua immagine e somiglianza. Un tempo questo era assurdo. Ma il tempo ha dimostrato che è vero. Ti ho amato, una volta.
OFELIA In realtà, signore, me lo avete fatto credere.
AMLETO Non avreste dovuto credermi!. Perché la virtù non si può innestare nella nostra natura peccaminosa senza che, dei nostri peccati, ci resti un po’ di gusto. Io non vi ho amata!.
OFELIA Tanto peggio, per questo, mi avete ingannata.
AMLETO Vai via!. Chiuditi in un convento! Perché vorresti mettere al mondo dei peccatori? Io stesso sono abbastanza onesto, e tuttavia potrei accusarmi di tali cose che sarebbe meglio mia madre non mi avesse mai messo al mondo. Sono molto orgoglioso, vendicativo, ambizioso, e con molte più azioni dannose sotto i miei ordini che pensieri in cui metterle, ho fantasia per dar loro una forma, e tempo per porle in opera. Che cosa dovrebbero fare le persone che, come me, strisciano fra il cielo e la terra? Siamo canaglie matricolate tutti quanti. Non devi credere a nessuno di noi! Vattene per la tua strada, vai in convento. Dov’è tuo padre?
OFELIA A casa, mio signore.
AMLETO Che si chiuda bene le porte alle spalle, per poter fare il pazzo soltanto a casa sua. Addio!.
OFELIA Aiutatelo voi, cielo clemente!
AMLETO E se ti sposi, prenditi questa maledizione per tutta la dote. Perché anche se sei casta come il ghiaccio e pura come la neve, non sfuggirai alla calunnia. Vattene in convento. Vattene, addio! E se è proprio necessario che ti sposi, sposa almeno un pazzo, perché la gente con un po’ di buon senso sa anche troppo bene a quali mostri li riducete. In convento, va’! E ANCHE SUBITO. ADDIO!
OFELIA O potenze celesti, fatelo tornare in sé!
AMLETO E ne ho sentite abbastanza anche sui vostri cosmetici: Dio vi ha dato un volto e voi ve ne fabbricate un altro. E andate in giro insieme con passo saltellante, adottate un modo di parlare artificioso e colorito, mettete sconci soprannomi alle creature di Dio, e invocate la vostra ignoranza per scusare questi vostri vezzi. VAI VIA: io mi ritiro da questo gioco che m’ ha fatto impazzire. Ordino che non ci saranno più matrimoni. Quelli che sono già sposati, tranne uno, vivranno. Gli altri resteranno come sono. In convento! VATTENE!!!
[Amleto esce di scena.
OFELIA Com’è possibile che uno spirito così nobile appaia adesso così distrutto! Gli occhi, la lingua, la spada, del cortigiano del soldato del discepolo! Il fiore e la speranza di questo nostro bel paese, lo specchio dell’eleganza, il modello della forma, l’oggetto dell’universale ammirazione è precipitato così in basso! Ed io, tra tutte le donne la più miserevole e derelitta, io che avevo ascoltato la dolce musica dei suoi voti, se ritorno un po’ a contemplare la sua mobilissima mente sovrana, mi ricorda quelle campane che emettevano un suono armonioso, ed ora è discordante stridulo stonato. Quella forma senza paragoni, quell’immagine di giovinezza in fiore è ora devastata dalla follia. O me misera, per aver visto ciò che ho visto, per vedere ciò che vedo.